Tutti condannati, sei medici e undici infermieri, perchè riconosciuti colpevoli di sequestro di persona e altri reati per la morte di Franco Mastrogiovanni. Questa della Corte di appello di Salerno è una sentenza storica, che riconosce quanto da tempo sostiene il movimento che si batte contro la contenzione fisica: questa non è una pratica medica ma una tortura, e un TSO gestito con segregazione e contenzione è un sequestro di persona. Questo è il punto rilevante, non l'entità (non pesante) della pena. Stupisce semmai ciò che ha indignato anche i familiari di Mastrogiovanni, il fatto cioè che non siano stati sospesi dall'esercizio della professione operatori che si sono macchiati di un tale reato, che tra l'altro testimonia un'indifferenza drammatica nei confronti del dolore e della dignità di una persona affidata alle loro cure.
Riassumiamo brevemente i fatti. Franco Mastrogiovanni è morto dopo un'agonia di 87 ore nel reparto di Psichiatria dell'ospedale di Vallo della Lucania, 87 ore legato mani e piedi a un letto. Aveva 58 anni e faceva il maestro elementare. Il destino di Franco Mastrogiovanni si compie la mattina del 31 luglio 2009, quando abbandona la sua auto davanti alla spiaggia di San Mauro Cilento e si butta in mare intonando Addio Lugano bella. In quel momento è un uomo in fuga e non si capisce bene per quale motivo. Non ha un buon rapporto con le forze dell’ordine, ed è contraccambiato per questo. Per lui sarebbe il terzo TSO nel giro di pochi anni (il primo era stato nel 2002, il secondo nel 2005). Quel giorno d’estate viene inseguito, accerchiato come un pericoloso criminale e prelevato con la forza dalla spiaggia. Sono le 11.00 del 31 luglio 2009, Mastrogiovanni è salito sull’ambulanza di sua volontà, poi si è girato e ha detto: “non mi fate portare a Vallo perché là mi ammazzano”. Per quale motivo abbia pronunciato quelle parole che oggi suonano profetiche rimane un mistero. Di sicuro conosce quel reparto e ne teme i metodi pre-basagliani. Gli ultimi giorni di vita di Mastrogiovanni sono un crescendo di insostenibile violenza. All’arrivo in ospedale, alle 12.33 del 31 luglio, appare tranquillo. È scottato dal sole e passeggia nei corridoi, a torso nudo, con il costume blu che aveva in spiaggia. Si intrattiene a parlare con un medico e gli stringe la mano, poi va a ritirare il vassoio con il pasto, se lo porta in camera, mangia tranquillamente e riposa. L’incubo comincia quando gli infermieri arrivano per chiedergli l’esame delle urine. Al suo rifiuto, lo legano mani e piedi. Solo allora il paziente comincia a dimenarsi e a urlare. La contenzione fa nascere e crescere in Mastrogiovanni il senso di disperazione e paura che lo portarono a più riprese a tentare di liberarsi dalle cinghie con cui era bloccato. Implora invano l’intervento del primario, ma né lui né gli infermieri intervengono, abbandonandolo nelle disumane condizioni in cui poi verrà trovato morto. La sera del 3 agosto la nipote va a trovarlo in ospedale ma le viene impedito di entrare nel reparto e non viene neppure avvisata della contenzione. La sorella si rivolge al sindaco per avere qualche notizia e questi la rassicura. Solo poche ore e la mattina del 4 agosto è lo stesso sindaco ad avvisare la sorella che Franco Mastrogiovanni è morto. I familiari non riceveranno mai una telefonata dai medici e neppure le condoglianze dal San Luca di Vallo della Lucania. La sua storia è raccontata ora per ora, istante per istante, nel film documentario di Costanza Quatriglio, 87 ORE, in cui lo sguardo oggettivo ci viene offerto dalle videocamere di sorveglianza posizionate nelle stanze in cui Mastrogiovanni dovrebbe essere assistito.

Stesso destino per Giuseppe Casu, ambulante di Cagliari, la cui morte inizia il 15 giugno 2006, quando viene ricoverato contro la sua volontà nel reparto di psichiatria dell'ospedale Santissima Trinità di Cagliari. Un TSO attivato d'ufficio di fronte alla sua agitazione contro le forze dell'ordine a causa dell'ennesima multa per abusivismo. Arrivato in corsia viene sedato, legato al petto, alle mani e ai piedi, e portato in una stanza. Ai familiari, che si fidano dei medici, è vietata ogni visita. Aspettano. Fino a che il 22 giugno non arriva la notizia: è morto. È seguita un’autopsia, intesa a determinare quale fosse stata la causa del decesso. Dalle indagini della procura si è poi scoperto che le relative parti anatomiche, consegnate al magistrato, non potevano essere quelle di Casu, “magicamente” sparite. L’iter giudiziario si conclude per una lentezza burocratica che ha permesso la prescrizione dei reati. La verità non si è potuta appurare e la giustizia di conseguenza non si è potuta fare.

“Una persona legata è offesa nella dignità, negata nella soggettività e nel diritto. Inerme, abbandonata e privata di qualsiasi difesa, perde la possibilità di contrattazione, di resistenza. Violata e mortificata, è ridotta a corpo domato. Il legare una persona nega la professionalità e le competenze degli operatori, ridotti a meri custodi. La sentenza di Salerno rafforza la campagna nazionale ...e tu slegalo subito per l'abolizione della contenzione, sancendo l'illeggittimità della contenzione meccanica, trattamento inumano e degradante assimilabile alla tortura.”

(mgg, alp)