Ci porta dentro gli apparati delle psichiatrie il libro di Alberto Fragomeni DETTAGLI INUTILI appena pubblicato da Edizioni Alpha Beta Verlag. Fragomeni ci è stato a lungo dentro questi apparati, li ha abitati per talmente tanto tempo da averli potuti osservare quasi con distacco. Ci racconta di come la psichiatria – essere nella psichiatria, nel reparto materiale dell’ospedale, essere della psichiatria, essere uno di quel reparto psichiatrico immateriale ma potente dal quale sembra a volte così difficile uscire, essere uno psichiatrico – si intersechi con le faccende della vita e di come camminino laicamente a fianco, vita e dimensione psichiatrica. E di come la vita ne viene mutata.
Riportiamo qui di seguito alcuni brani della prefazione di Massimo Cirri.

C’è un aspetto in particolare che chiunque, esperto o meno della materia, riconosce alla psichiatria: il fantasma del mistero, dell’enigmatico e dell’incomprensibile, chiamato ‘follia’ o più oggettivamente e scientificamente ‘disturbo mentale’. In entrambi i casi, i significati che nella vita di tutti i giorni queste parole assumono finiscono per coincidere con una sequela di luoghi comuni e stranezze che il libro, con distacco e disincanto, riesce a raccontare, non cadendo mai nella pedanteria di chi ha esperienza di quel che sta raccontando. Alberto Fragomeni da più di dieci anni attraversa i luoghi della salute mentale nella sua città.

Questo testo rappresenta ancora una volta, nel quadro sorprendente della ripresa e guarigione delle persone con una storia di disturbo mentale, la testimonianza della possibilità, sperando e rivendicando un futuro diverso, anche attraverso la scrittura. L’esercizio letterario, ormai da un po’ di anni a questa parte, si è palesato come esplicitazione di esperienze e vissuti intimi e interiori un tempo perfino innominabili. Il tabù della malattia mentale incontra, con questi testi, una neutralizzazione progressiva e ascendente, alla stregua di qualsiasi altro tema oggetto di narrazione e trattazione letteraria.
La fluidità e la scorrevolezza delle sue parole, ironiche e spontaneamente autoironiche, forniscono un affresco chiaro e puntuale di come gira il mondo “da quelle parti”, dove la giornata è scandita dall’assunzione del farmaco, dal desiderio di una sigaretta, dagli odori e le immagini degli ambienti, dalle relazioni timorose e timide con i medici e gli altri degenti, dove insomma il più banale gesto della quotidianità viene vivisezionato, analizzato e considerato nell’ottica del dubbio e della preoccupazione di non riuscire mai a raggiungere la sponda della normalità.
L’impressione che si ricava è una messa a fuoco schietta e a tratti perfino comica dei luoghi comuni che gravitano intorno all’immaginario della follia, del gioco dei ruoli, dei gesti inaspettati dell’altro, delle parole della cura, del sapere dei medici e della gente di fuori. È un catalogo di fatti e situazioni, dettagli inutili, che, senza giri di parole e perifrasi, l’autore racconta così bene da mettere il lettore nella condizione d’immedesimarsi facilmente, di comprendere intuitivamente, le chiacchiere e i vaniloqui annidati in questo copione.

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