E' esemplare la storia personale e la viacrucis istituzionale del giovane VG che si è tolto la vita nel carcere di Regina Coeli venerdì 24 febbraio 2017. Come la gran parte delle persone che ieri finivano nei manicomi giudiziari, il giovane aveva alle spalle una famiglia con pochi mezzi, una vita difficile e una diagnosi facile,  "disturbo cognitivo". Dopo di che, una viacrucis istituzionale, anch'essa esemplare, che inizia a tredici anni e si snoda tra servizi e istituzioni della neuropsichiatria infantile prima e nei servizi di salute mentale poi, fino alla Residenza per l'esecuzione della misura di sicurezza (Rems) e da ultimo al carcere. Inutile precisare che era accusato di reati "bagatellari", come si dice in linguaggio tecnico, cioè di poco conto: danneggiamenti e resistenza.
E' necessario e doveroso ricostruire i passaggi che VG ha fatto in quel territorio fra sanità e giustizia penale in cui spesso si perdono le persone che hanno vite difficili e diritti fragili.    La lotta contro il manicomio giudiziario l'abbiamo iniziata, oltre quaranta anni fa, quando Albina Bernardini è morta bruciata in un letto di contenzione nel manicomio giudiziario di Pozzuoli, e anche lei era una persona povera, aveva litigato con un carabiniere in borghese e aveva alle spalle una diagnosi psichiatrica che rendeva ancora più fragili i suoi diritti e senza valore le sue parole.
Oggi i manicomi civili sono chiusi da tempo e quelli giudiziari da poco ma sono ancora tutti in funzione i meccanismi e le culture che vi facevano affluire le persone nate o sospinte nei margini della società. Lavorare su questi meccanismi e culture deve essere per noi il compito di oggi e di domani. Senza dimenticare la lotta più generale contro le disuguaglianze che fanno crescere le vite marginali e alimentano il dolore sociale.       

Maria Grazia Giannichedda
 

Questo il commento del Comitato nazionale STOPOPG
Il suicidio di un ragazzo di 22 anni, da tempo sofferente, in una cella del carcere a Regina Coeli ci obbliga a interrogarci su come sia possibile evitare si ripetano simili tragedie. La madre del ragazzo ha inviato ad Antigone l’ultima lettera che suo figlio aveva spedito al fratello, lo scorso 16 febbraio, affinché fosse resa pubblica: lo stato di sofferenza traspare evidente. I fatti finora conosciuti ci dicono che era scappato da una Rems nel Lazio, dove scontava una misura di sicurezza detentiva provvisoria; una volta rintracciato dai carabinieri, il magistrato ha deciso per la custodia cautelare in carcere. Nonostante i reati contestati fossero di lieve entità.
C’è subito da chiedersi:  perché  non è stata concessa una misura cautelare non detentiva? Quindi alternativa al carcere e anche alla Rems, onde rispondere meglio alle esigenze, anche di cura, del giovane?
Abbiamo già detto che le persone, ancor più così giovani, con problematiche di questo tipo, devono essere affidate al sostegno medico, sociale, psicologico dei servizi delle ASL territoriali e non messe dietro le sbarre di una cella e nemmeno necessariamente finire in Rems, che è una delle soluzioni non l’unica.
Infatti, l’obiettivo della legge 81/2014 sul superamento degli Opg è quello di far prevalere, per la cura e la riabilitazione delle persone, progetti individuali con misure non detentive, nel solco delle sentenze della Corte Costituzionale, la n. 253 del 2003 e la n.367 del 2004, ispirate esplicitamente dalla legge 180 (Riforma Basaglia). Le Rems quindi devono essere l’extrema ratio e non, come sta accedendo, il nuovo contenitore al posto degli Opg o peggio l’alternativa al carcere. Così si stravolge la funzione delle Rems (e le si travolgono visti i numeri delle persone potenzialmente coinvolte), che non sarà più “residuale”: cioè destinata ai pochi casi in cui le misure di sicurezza alternative alla detenzione si ritiene non possano essere assolutamente praticabili.
Questa tragedia ripropone il tema del diritto alle cure dei detenuti troppo spesso negato dalle drammatiche condizioni delle carceri. La prima risposta è rafforzare e riqualificare i programmi di tutela della salute mentale in carcere da parte delle Asl, mentre il Dap deve istituire, senza ulteriori ritardi, le sezioni di Osservazione psichiatrica e le previste articolazioni psichiatriche, che non possono essere solo celle con posti letto, servono spazi adeguati per le attività di cura e riabilitazione.
Ma soprattutto si devono potenziare le misure alternative alla detenzione. Tanto più per i reati minori.  Il diritto alla salute e alle cure dei detenuti non si risolve inviandoli nelle Rems aumentandone i posti. Se moltiplichiamo strutture sanitarie di tipo detentivo dedicate solo ai malati di mente, riprodurremmo all’infinito la logica manicomiale. Piuttosto bisogna potenziare i servizi di salute mentale e del welfare territoriale. Infine, occorre abolire la misura di sicurezza speciale destinata solo ai malati di mente autori di reato: l’ultimo muro del manicomio da abbattere.
p. il Comitato nazionale stopPG
Stefano Cecconi, Patrizio Gonnella, Giovanna Del Giudice, Denise Amerini