Via Cesare Balbo 4

Preparavo l’esame di sociologia nel pensionato per studentesse che si trova ancora nello stesso palazzotto dell’Ottocento in via Balbo. Avevo una stanza piccola, all’ultimo piano, che dava su un cortile interno che giù in fondo diventava scuro, con qualche pianta tra il cemento. Era il mio primo esame ed era fine maggio, quel fatidico maggio (del ’68). Avevo messo il tavolino di fronte alla finestra aperta che ogni giorno si riempiva di sole e di rondini, tante rondini come non ne ho più viste, che si precipitavano in picchiata giù nel cortile e schizzavano su veloci con quelle loro grida acutissime. Io studiavo tante ore e loro erano le mie compagne, forti, allegre, pazze, senza paura.        

(mg)

I giardini di Piazza Vittorio

Ogni estate nei giardini di Piazza Vittorio nascono due cinema. I film sono discreti, le sedie scomode ma c’è fresco, persino un po’ umido. Possono entrare anche i cani, che si siedono quieti accanto ai loro conviventi umani anche se, poco lontano, ci sono i gatti che vivono interno alla Porta Magica e ai Trionfi di Mario. Si può mangiare il gelato, bere birra o farsi un panino guardando il film e c’è anche chi fuma, un po’ di lato. Dietro lo schermo grande ci sono due palme snelle e altissime e grandi alberi tra cui passa la luna quando c’è, e spesso passano aerei molto bassi, con tante luci colorate come astronavi. Si sta contenti, protetti da un buio buono, infilati dentro un’altra storia.    

(mg)

Piazza di Spagna

Passerò per Piazza di Spagna…/ Fiori spruzzanti / di colori alle fontane / occhieggeranno come donne / divertite. Le scale/ le terrazze, le rondini / canteranno al sole. / S’aprirà quella strada, / le pietre canteranno/ il cuore batterà sussultando/ come l’acqua nelle fontane.

(Cesare Pavese, 1951)

Piazza Trento

Posteggio e si avvicina un uomo . Da qualche giorno con un altro ragazzo avevano messo su casa nei giardinetti, dormivano sulle panchine, si lavavano alla fontanella, non disturbavano ma a volte chiedevano l’elemosina ai passanti.

Quella sera l’uomo mi chiede se ho qualcosa da dargli per mangiare. Salgo a casa preparo due portavivande con quello che trovo in frigo, una bottiglia di vino, scendo e offro. Ringraziamenti con un accento straniero e, alla mia domanda, mi dice di essere austriaco.

Il giorno dopo, posteggio, il signore si avvicina e mi restituisce pulitissimi i due portavivande. Mi ringrazia di nuovo anche a nome dell’amico. Chiedo se anche lui è austriaco, mi risponde “no è ungherese, hai visto come si è ridotto l’impero austro-ungarico?”

(tl)

Ponte Garibaldi

Eravamo arrivati fino a Ponte Garibaldi cercando di non litigare. Lui era bello, genere Jim Morrison, tanto innamorato quanto sciupafemmine, tant’ è che aveva avviato in parallelo una storia con una mia amica. Io stavo da cani ma cercavo di non farmi triturare in questa vicenda a tre e gli dicevo “sei libero, non devi spiegarmi nulla, anzi proprio non voglio sapere niente, solo cos’ hai deciso”. Ma lui, proprio attraversando il semaforo tra via Arenula e Ponte Garibaldi, mi ha detto “si vede che non mi ami visto che non combatti per avermi”. Io non ci ho visto più, in gran parte per le lacrime, e mentre scappavo nel traffico feroce delle sette di sera pensavo “mai più, questo imbecille non voglio vederlo mai più”.  

(mg)

Piazza della Rotonda

Sul palcoscenico / di Piazza della Rotonda / qualche migliaio di cittadini /passeggiano o / siedono ai caffè / E una fioraia vecchia vecchia / passa tra i tavoli / curvandosi sulle giovani coppie in jeans / che si parlano sottovoce / e offre loro / i suoi fiori così secchi / e loro non si degnano / di notare la vecchia rugosa/ con le sue mani nodose / e le dita piene dei / sottili anelli / delle sue vite precedenti / ciascuna della quali basterebbe / a illuminarli / sul senso dell’amore e della vita / Accosta le labbra / fin quasi alle loro orecchie / che sentono solo / il lontanissimo rumoreggiare / del loro futuro

(Lawrence Ferlinghetti, 1969)

Il parco del Santa Maria della Pietà

Passeggiavo un pomeriggio d’estate del ‘93 nel parco del S. Maria della Pietà, ero direttore da pochi giorni, pensavo alla festa che stavamo organizzando per rendere visibili le quattrocento persone intrappolate lì dentro. Le strade di Roma erano già tappezzate del manifesto che l’amico Ennio Calabria ci aveva regalatoma temevo che i seminari in programma, tutti centrati sulla restituzione dei diritti, della cittadinanza, fossero troppo “politici”, forse fuori moda. Certo, avevamo in programma anche concerti, cinema, maxischermo per il campionato europeo ma così rischiavamo di confonderci con una delle tante kermesse che a Roma, d’estate, si svolgevano ovunque. Nino, ospite da tanti anni del sedicesimo padiglione, mi venne incontro sorridendo. “La fai facile tu caro Losavio, ma non sai quant’è difficile per noi entrare fuori….”. Continuammo a passeggiare e a chiacchierare. La festa si chiamò “Entrare fuori, uscire dentro” perché voleva anche far uscire di casa la gente del quartiere e farla venire dentro il manicomio. Entrare fuori / uscire dentro, percorsi nuovi che hanno cambiato il Santa Maria della Pietà, e forse l’anima del parco.

(tl)

I giardini di fronte al Quirinale

Le lacrime colano giù / l’esame andato male / i genitori lontani non possono consolarti/ giovane ragazza di fronte alle difficoltà.

Un parco è lì pronto ad accogliere la tua disperazione. / I giardini del Quirinale, ecco il luogo dove la disperazione incontra la pace, /dove il via vai delle persone ti fa sentire accolta e indisturbata, isolata e anonima.

E’ tutto ciò che desidero.

(tdc)        

L’angolo del mio salotto

Vi voglio parlare dell'angolo nel mio salotto. È un angolo formato dai divani, lì con il mio babbo mi nascondevo quando giocavamo. Quando stavo lì, sentivo eccitazione perché giocavo ma anche serenità perché quell'angolo era casa mia. Certe volte ci andavo così, perché mi piaceva e ci rimanevo anche dieci minuti. Per me era quasi un vizio. Certo, qualcuno può dire è solo un angolo ma per me era molto di più: un rifugio, un nascondiglio. Quell'angolo è ancora lì, io ormai non ci entro più, però per me sarà sempre speciale.

(Ilir, 11 anni, raccolto da Edi)

Strade di una città che non c’è più

Era la metà degli anni ‘90, in quel periodo passavo molto tempo tra le strade e le piazze della mia città. Ricordo il caldo, io e due miei amici seduti al margine di piazzetta Chiarino su un gradino a fianco di una fontana. Era fine giugno e passavamo pomeriggi interi a parlare, sognare e progettare, spesso accompagnati da una birra comprata da “Romano”, un alimentari di fronte. La città era sonnecchiante, silenziosa, forse rilassante nelle prime ore pomeridiane ma non offriva molto a tre adolescenti che avrebbero voluto cambiare il mondo.

Ora piazzetta Chiarino, l'alimentari, la fontana, il gradino, il palazzo di fronte non ci sono più. Come tutta L'Aquila, sono stati devastati dal terremoto, e possono vivere solo dentro di me, dentro di noi che ne abbiamo ricordo e nostalgia.

(es)